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Scritto il 9 giugno, alle 09 : 11 AM
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Viaggio al termine della notte (L.F.Céline)

Viaggio al termine della notte (L.F.Céline)

Anche se la Francia aveva risentito meno di altri paesi europei della Grande Crisi scoppiata in America nel 1929, i segnali di disagio erano evidenti dappertutto. Sono gli anni in cui, oltre ai problemi della disoccupazione crescente, si avvertiva con inquietudine, a guerra conclusa, l’inizio di un’ anteguerra, una fase di stallo in cui si percepiva il timore di una guerra nuova, che l’apocalisse fosse soltanto rimandata. In questo romanzo, come in altre opere che seguiranno, Céline faceva sua l’angoscia dell’intellettuale e di un’intera generazione. Come Bardamu, anarchico che si sente ovunque straniero, artefice di un’opera che non viene letta come un romanzo, ma bensì come una testimonianza.

La verità di questo mondo è la morte.

Viaggio al termine della notte, pubblicato net 1932, è ormai considerato un libro fondamentale della narrativa europea del Novecento, ed un punto d’arrivo e d’inizio della letteratura francese. Il clamore e lo scandalo che lo accolsero sono facilmente riconducibili alla disturbante carica di verità che attraversa per intero il Viaggio, e che mette impietosamente a nudo sia le miserie dell’individuo, sia quelle ben più gravi e profonde della società in cui si muove.
Libro quasi completamente autobiografico i vagabondaggi del medico Bardamu diventano il simbolo dello sradicamento sociale, della ricolta, della guerra, della povertà, della malattia. Dagli scenari della prima guerra mondiale all’Africa coloniale, dall’America del fordismo alla Parigi dei poveri, ci è delineato un quadro complessivo in cui qualsiasi valore morale ha perso tenuta, e in cui drammaticamente più labile e vaga si è fatta la distinzione fra il bene e il male: al duro sfruttamento dell’uomo sull’uomo nelle colonie francesi corrisponde quello del capitalismo americano, alla povertà dilagante degli uni fa eco quella degli altri, in un universo in cui la legge della sopravvivenza impone scelte spesso disgustose e aberranti.

Il ‘900 è stato un secolo di tragedie e di farse di ogni genere, ma ci appare sempre più chiaro che questo è il romanzo che più di ogni altro l’ha meglio capito e compreso, rappresentando i suoi lati più folli e parossistici, sapendo coglierne gli aspetti più fondamentali: gli orrori della guerra e della retorica patriottica; la ferocia dello sfruttamento coloniale; il degrado dei quartieri di periferia e la solitudine delle metropoli; gli incubi alienanti delle catene di montaggio; la crudeltà del mondo operaio di Parigi e l’avvento di una piccola, cinica quanto insulsa classe borghese.

Inoltre in Céline la polemica sociale fa tutt’uno con quella letteraria. Molti prima di lui hanno denunciato la guerra ed il colonialismo, ma l’uso di ellissi, iperboli e parole gergali, la sovversione e il capovolgimento di stile in un misto di scrittura “bassa” e quella “alta” hanno reso l’opera di un fascino e di una originalità tutt’ora intatta, mantenendo integra quella bellezza e quella freschezza stilistica dopo quasi ottanta anni dalla sua pubblicazione. La vera innovazione sta nella rottura sintattica e semantica all’interno di un periodo, la dislocazione delle parole, che vengono anticipate o posticipate all’interno di un discorso, creando effetti a sorpresa e di sospensione che deflagrano in un ritmo narrativo inedito, a tratti indigesto. Inoltre fu la prima volta che uno stile diretto venisse usato non soltanto nei dialoghi ma nell’intera tessitura del racconto, sottolineando come l’autore facesse proprio il punto di vista dei reietti, abbassandosi a quel tipo di condizione sociale, e tuttavia senza mai idealizzarli, senza mai pensare che un ipotetico riscatto possa passare tra le loro mani.

E Bardamu?

…un uomo tormentato dall’infinito…malato della voglia di saperne di più…[…] E’ forse questo che si cerca nella vita, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire.

È intento a cercare una punizione per l’egoismo universale, uno che ne sa troppo e che non ne sa abbastanza, che cerca nella notte e nel buio delle tenebre le risposte ultime, quelle che nessuno ha il coraggio di affrontare.

…quella voglia di scappare da ogni posto, alla ricerca di non so cosa, per uno stupido orgoglio senza dubbio, per la convinzione di una specie di superiorità.

Ma Bardamu è anche un uomo come tutti noi, alla ricerca della perfezione, della sua perfezione, praticando un culto quasi classico della bellezza, a volte spiandola, altre semplicemente ammirandola. Tutto attorno a lui inizia con un errore, con una gaffe, uno scatto d’irritazione goffa e inutile che lo fanno precipitare in una baraonda di situazioni al limite del tragicomico e del surreale, da cui esce sempre a fatica.  Non sarà un caso se alla fine di quello stesso decennio lo scrittore di successo ed il più apolitico di tutti finisca per schierarsi dalla parte sbagliata scrivendo tre famosi saggi sull’antisemitismo, opere che faranno di lui un uomo in fuga per l’Europa in fiamme, un nemico della patria e degli uomini.

Eppure in quest’opera tanta è la compassione umana, oltre che il disprezzo e l’odio verso la catastrofe e la rovina, verso tutto ciò che si disfa ed è corrotto. Bardamu-Céline cammina tra le chiatte, tra le case e i parchi, sprofondando nella notte del mondo:

…l’uomo è nudo, spogliato di tutto, perfino della fede in se stesso. Questo è il mio libro.

Credo che solo un uomo che ha amato, capito e difeso a fondo la vita possa scrivere un’opera come il Viaggio.

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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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Giuseppe Salzano
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