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Scritto il 5 giugno, alle 08 : 00 AM
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Tropico del Cancro (H.Miller)

Tropico del Cancro (H.Miller)

Vi sono scrittori il cui giudizio su di essi non è determinato esclusivamente da una aprioristica preparazione letteraria o storico-pedagogica, ma anche – e probabilmente soprattutto – da un pregiudizio di fondo. Emblematico, sotto questo punto di vista, è Henry Miller.

I pregiudizi sono molteplici, tra i quali una certa “sboccatezza” della scrittura milleriana – alcuni suoi sproloqui, per il particolare modo “a fiume” della loro composizione oltre che per l’eccessivo manierismo e l’abuso del prosaico, li considero dei veri e propri conati di vomito narrativi – il suo modo di essere volgare, la sua brutale e dissacrante carnalità, il suo maschilismo esacerbante ne fanno certamente uno scrittore atipico. Ma quando nelle pagine di Tropico del Cancro la scrittura oscena di Miller raggiunge una certa valenza metaforica, allora le carte si scoprono e si apparecchia il tutto col suo genio:

 

Aveva bocca tedesca, orecchi francesi, culo russo. Fica internazionale. Quando sventolava la bandiera, era rosso giù fino in fondo, fino alla gola. Entravi da boulevard Jules Ferry e uscivi da Porte de la Villette”

 

Quindi l’attraversamento istantaneo di una città da una periferia a quella opposta, attraverso il centro, risulta essere (“ è “ e non “ è come”) la penetrazione di una donna, vista come un’esperienza totalizzante. La “fica” di una donna diventa non il margine del mondo, ma il mondo stesso, il globo intero, l’inizio e la fine del percorso. Come un architetto surreale, un Bosch disgustoso e ributtante, poi capace di scrivere pagine che trasudano poesia, un perfetto cesellatore, abile rifinitore degli effetti stilistici della sua scrittura.

È già da Tropico del Cancro che Miller si presenta in tutta la sua essenza: un grandissimo scrittore, senza alcun dubbio, ma probabilmente un pessimo narratore.

Prese una per volta le sue opere risultano essere monotone, senza un’organizzazione formale, stantie e prive di uno sviluppo narrativo, buttate giù con eccessiva fretta e non senza leggerezza. Uno scrittore colto ma mai umanista, capace di comporre pagine di un’allucinante bellezza, Miller è anche una sorta di grafomane che non sa controllare il flusso maniacale della propria scrittura, artefice di un solipsismo narrativo senza alcun ordine nell’elencare le sue avventure, le sue visioni, le esperienze mistiche o erotiche, in un esibizionismo privo di autocritica. Ma quello che è più di tutto sconcertante per il lettore, per un lettore qualsiasi, è il netto contrasto tra questo goffo e divertente tentativo di romanziere serio e l’intensità poetica delle sue pagine migliori. Ci sono episodi, nei suoi libri, che rappresentano momenti memorabili per noi lettori: la visita dei coniugi Wren a Villa Borghese o l’avventura con la prostituta in Tropico del Cancro, i vespasiani a Parigi in Primavera Nera, la maestra di piano posseduta sul terrapieno di una ferrovia in Tropico del Capricorno: ognuna di queste pagine, a detta di molti, assicurerebbero a Miller un posto tra gli scrittori di altissimo rango.

Prendete l’inizio di Tropico del Cancro: l’io narrante ed un certo Boris hanno intenzione di scrivere un libro,

quanto basta per dare agli scrittori di domani trame, drammi, poesie, miti, scienze.

 

Ed alla fine la barbarica immagine conclusiva: in quella cattedrale si potrà entrare coi cavalli al galoppo per le navate.

Se le ambizioni di Miller sono senza pari, il suo appetito non è da meno. All’ordine della cameriera di Boris al macellaio Henry aggiunge: mettici anche qualche animella, mettici coglioni di toro e, pssst, delle vongole! Mettici anche un po’ di laberwurst fritto, già che ci sei; sarei capace di ingozzarmi le mille e cinquecento commedie di Lope de Vega in una volta sola.

 

Ecco Miller! I suoi libri bisogna trangugiarli tutti, sfidarli a perdifiato, fino alla nausea. È uno scrittore che deve anche annoiare e non soltanto incantare, che deve sommergere il lettore sotto una valanga di sciocchezze prima di comunicargli frammenti del suo messaggio visionario.

Tuttavia rimane essenzialmente uno scrittore carnalista, quasi di “pancia”. Ci sono alcuni romanzi infatti che si calano non nella camera interna della psiche, o nei meandri illogici del cuore, bensì verso le profondità del corpo. Si immergono dentro la cavità boccale per vedere cosa succede ai livelli più profondi del nostro sistema circolatorio, o sempre più giù, verso le pareti genitali, durante quei momenti d’illuminazione carnale dove, nelle parole di Miller, par quasi che sia il pene a pensare in vece tua.

 

E la fica? L’alfa e l’omega del mondo di Miller? Le fiche che ridono… le fiche che parlano…le fiche lussureggianti, sismografiche, che registrano il sorgere ed il calare della linfa? Ed intanto la controparte maschile se ne sta zitta e buona: mi guardai l’uccello ed aveva la solita aria innocente.

 

Maschilismo? In Miller l’osservare il rapporto sessuale ha qualcosa di grottesco, feroce, amaro, pessimistico, truce, violento. Per lui la fica diventa una sorta di giudizio divino. Ogni condotta, ogni forma di etica, ogni legge morale, ogni codice religioso vengono polverizzati dal semplice rapporto tra i due organi genitali, il loro confronto, la loro simbiosi. Ed è un rapporto che conduce a zero, al nulla, come scopre un amico di Henry in una delle scene più belle e più tragiche di Tropico del Cancro, quando porta con sé una prostituta in una camera d’albergo e la scopre depilata sull’area pubica: …m’ero completamente scordato di lei. In vita mia non ho guardato una fica con tanta serietà. Quasi che non ne avessi mai vista un’altra prima.

 

Questo è il modo di Miller per dire  futilità. Ed è anche il suo modo estremo per consegnarvi uno dei veri capolavori di tutta la letteratura del ‘900.

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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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