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Scritto il 19 maggio, alle 07 : 48 AM
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L’Orlando Furioso (L.Ariosto)

L’Orlando Furioso (L.Ariosto)

L’Orlando Furioso è un’immensa partita di scacchi che si gioca sulla carta geografica del mondo, una partita smisurata, che si dirama in tante partite simultanee. La carta del mondo è ben più vasta d’una scacchiera, ma su di essa le mosse d’ogni personaggio si susseguono secondo regole fisse come per i pezzi degli scacchi. I.Calvino

 

Il binomio “azione – contemplazione”, “vissuto – meditazione”, tende ad imporsi nell’opera artistica di ogni poeta. Concetto iconoclastico, è vero, ma in fin dei conti la Poesia non può avere come oggetto immediato la vita. L’operato del poeta è quello di un istitutore: la vita diventa oggetto istituito, referente principale, ma nell’istituirla ad oggetto la poesia se ne allontana e si addentra in un’altra vita, o in un altro modo d’intendere la vita, cioè quella dell’Arte e della Fantasia. Il dilemma per i critici torna incessante in Ariosto, e soprattutto per quanto riguarda i suoi cenni biografici: un uomo che si sentiva particolarmente chiamato a contemplare e a creare bellezza, ma inesorabilmente schiacciato da una vita meticolosa e pragmatica, rigorosamente diplomatica e governativa; un Ariosto edonista e distaccato dalle problematiche del suo tempo, ed un Ariosto uomo d’azione e partecipe della politica e della sua patria. Nel capolavoro della sua vita, e di tutte quelle vite che hanno tentato, secondo un itinerario filologico, di esplicarne il magma creativo, le glorie di Ruggiero o le celebrazioni delle corti di Ferrara, per l’Ariosto costituivano nient’altro che un obbligo. Un obbligo accettato con consapevole adesione: l’elemento contemporaneo, la caratteristica principale che lo rende probabilmente il primo grande romanzo della modernità è il richiamo alla realtà, una realtà si badi bene non libera e felice quanto il suo mondo evocato nell’opera, ma in esso comunque adombrata; una realtà che il suo disegno non tradisce e che, attraverso l’idealizzazione dei suoi personaggi ed un impianto narrativo che supera i contorni del fantastico per approdare a quelli del meraviglioso – parafrasando Todorov – si manifesta simbolicamente: da Orlando a Ruggiero alla guerriera Bradamante che, già così donna nelle passioni umane, mostra una straordinaria dolcezza nella sua precoce vocazione di madre di famiglia; Rodomonte, tremendo e magnifico nell’assalto di Parigi, ma incapace di penetrare nella psicologia femminile di Doralice, e bestialmente ingenuo di fronte alla castità ingannatrice di Isabella; Angelica, spinta dalla sua bellezza di cui tante volte si scoprirà vittima, approda in un Arcadia in cui Medoro le fa scoprire le dolcezze dell’abbandono amoroso; Atlante, incantatore di immagini e plasmatore dei nostri desideri, ma solo, vecchio e abbandonato nel suo regno incantato; l’amicizia e la fedeltà di Cloridano e Medoro; l’amore forte e sicuro di Fiordiligi e Brandimarte; quello avventuroso che sboccerà in eroismo tra Isabella e Zerbino; la storia di guerra e di sangue intrapresa da Olimpia, poi abbandonata dall’uomo per il quale aveva osato tanto; Marfisa, la guerriera che porta nelle imprese la sua caparbietà femminile.

È un vero atlante della natura umana il Furioso: il culmine della scoperta dell’uomo nella sua libertà e nella relatività dell’esistenza, portata a conclusione dal pensiero filosofico e politico del Rinascimento. Immersi in un mondo dalle dimensioni fantastiche, i personaggi dell’Ariosto hanno più libertà di esprimersi, senza alcun vincolo sociale, senza alcuna limitazione o ristrettezza fedele ad eventi storici o ad un eventuale precisione cronologica dei fatti. Tutti sono fedeli a se stessi, liberi ed autentici, e tutti contraddistinti da una forte carica esistenziale: prendendo spunto dal canone bretone – di cui lo stesso Ariosto era infaticabile ammiratore, l’arturiana attrazione per le avventure e le battaglie doveva concretizzarsi in una ricerca, nella quale la scoperta poteva essere un oggetto magico, un nemico col quale misurarsi o una persona amata. Amore e Gloria sono i premi dei fortunati, ma nel poema, che è colmo di azioni gloriose narrate con mirabile ricchezza linguistica, sono le storie d’amore quelle che si avvantaggiano della sospensione spazio-temporale – fantastico-allegorica, che è il principale espediente espressivo del poeta, e attraverso cui l’Amore e tutti i sentimenti umani raggiungono tutte le loro gradazioni e la più alta gamma di esplicazione, o il più mirabile tentativo postosi da un intellettuale rinascimentale. In questo modo l’Ariosto riesce a coinvolgere il lettore in una spirale allegorica-simbolica-narrativa, nella quale il distacco dal reale, attraverso un mondo immaginifico, non preclude mai una considerazione realistica sull’esistenza. Ed in questo equilibrio l’ironia gioca un ruolo decisivo perché riesce ad attenuare i voli della fantasia ed a marcare il confine che separa l’idealizzazione dalla realtà. Quindi segno di saggezza e di un’acuta preparazione intellettuale, ma anche di una personalità che sa il valore dell’illusione e dell’immaginazione. Un autore che ama trasfigurare. La bellezza può esprimersi, forse nella sua interezza, anche attraverso la fantasia. Quest’ultima diventa corpo privilegiato di tale idea artistica, che trova nel sorriso e nell’ironia dell’autore una sorta di avvertimento, perché la realtà della poesia non sia confusa con la realtà della vita.

Nonostante un disincanto di fondo, rimane l’affetto dell’autore verso un mondo che sa di aver plasmato con la stessa materia di cui sono fatti i sogni, ma che ha raggiunto l’essenza e il cuore della grande arte.

 

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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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Giuseppe Salzano
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