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Scritto il 26 maggio, alle 09 : 13 AM
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La lettera Scarlatta (N. Hawthorne)

La lettera Scarlatta (N. Hawthorne)

Nato a Salem, Massachusetts, nel 1804 e rimasto presto orfano di padre, Nathaniel Hawthorne trascorse la sua infanzia nella più totale solitudine. I suoi unici amici erano i grandi scrittori, da Shakespeare a Spencer, da Milton a Rousseau. A diciassette anni entrò nel “Bowdoin College” di Brunswick. Nel 1825, diplomato, tornò a Salem dove iniziò a comporre i suoi primi scritti. Nel 1828 pubblicò il suo primo romanzo Lo studente, poi seguirono numerosi racconti raccolti in Racconti narrati due volte del 1837, in alcuni dei quali l’autore riesce a dare la piena misura del suo genio. Nel 1839 a Boston incontra Sophia Peabody che diventerà quattro anni più tardi sua moglie. Proprio quel soggiorno segnerà in modo decisivo la maturazione artistica e intellettuale dello scrittore. A contatto col movimento trascendentalista, ebbe modo di conoscere da vicino grandi intellettuali del periodo come Emerson, Alcott, Margareth Fuller e Thoreau. Il movimento trascendentalista si prefissava come unico obbiettivo di liberare la letteratura e il mondo dell’Arte in generale dai dogmi e dai canoni artistici e religiosi puritani. Ma Hawthorne ne fu ispirato solo in parte, quindi si trasferì a Concord, in una vecchia canonica, dove dimorò felice e povero con la moglie e sua figlia. Nel 1845 ritorna a Salem, e nel 1846 pubblica Muschi di una vecchia canonica. Ma sarà nel 1850, l’anno in cui pubblicherà La lettera scarlatta, che Hawthorne otterrà la definitiva consacrazione.

Per riuscire a comprendere un romanzo come La lettera scarlatta è indispensabile collocarlo sullo sfondo storico e ideologico dell’ambiente in cui l’autore si formò come uomo e scrittore. La sua famiglia, immigrata nella Nuova Inghilterra durante il periodo della prima colonizzazione inglese, era di stretta ascendenza puritana. In tutta la sua opera è centrale il problema incombente del Male, l’ossessione del peccato, la necessità di espiazione, il perenne conflitto tra il cuore e la coscienza più razionale, e la ricerca disperata di una impossibile conciliazione tra l’Amore e le sue innumerevoli facce e l’intransigenza della morale. Quindi una personalità in continua lotta con se stessa, un petrarchismo esistenziale mai riconosciuto. Ed è proprio questo tormento interiore, questa inquietudine a renderlo tremendamente moderno.

Ambientato nel “New England” puritano nel XVII secolo, la storia si apre con Hester mostrata al popolo di Boston su un patibolo per adulterio. Hester infatti ha dato alla luce una bambina, Pearl, nonostante il marito sia stato lontano dalla città per vari anni. Oltre al pubblico scherno, Hester deve sottostare a un’altra pena per la sua colpa: deve portare sul petto una “A” di colore scarlatto – che sta per “Adultera”, diventando così la pecora nera della comunità puritana, poco incline al perdono e alla comprensione.

Hester non vuole rivelare chi sia il padre della bambina, anche se le viene domandato più e più volte. Ma dopo qualche capitolo Hawthorne ci svela che il suo amante è il giovane reverendo Dimmesdale, un colto teologo e un eccellente predicatore. La comunità lo considera un Santo e mai potrebbe sospettare di lui. La reticenza di Hester nel non svelare il nome dell’amante è motivata dall’amore che la giovane donna nutre nei confronti del prete, decidendo di proteggere Dimmesdale, il quale però si tormenta per la propria vigliaccheria, la propria ipocrisia e la propria falsità. Hester invece decide di scontare da sola la pena di entrambi per sempre. La situazione si complica con l’arrivo del marito di Hester, Roger Chillingworth, il medico della città, che la noterà da lontano sul patibolo, esposta pubblicamente in modo vergognoso e vile. Il marito di Hester impone alla moglie di non rivelare la sua identità: questo perché vuole indagare in incognito sull’identità dell’amante, il cui nome Hester si rifiuta categoricamente di rivelare anche al marito.

La vicenda si snoda quindi attraverso un atipico triangolo che si viene a formare tra Hester, Roger e Dimmesdale, con un crescendo di tensione, sofferenza e angoscia che porta alla rivelazione finale.

Hawthorne aveva avuto nella sua famiglia un giudice che aveva partecipato ai processi delle streghe di Salem, e si era occupato spesso di adulterio. La pena più grave per l’adulterio era inizialmente la morte. Gli saranno pervenuti documenti nei quali scoprì che parecchie coppie di amanti furono condannati a morte. In seguito si decise che questa pena era troppo pesante, e venne sostituita con delle punizioni fisiche. Solo dopo numerosi anni avvenne un ulteriore cambiamento, cioè di cucire sul petto delle donne adultere una “A” rossa da portare tutta la vita. Una punizione meno brutale certo, ma decisamente umiliante.

Al di la degli elementi storico – leggendari del carteggio, fu la fantasia e la forza immaginifica dell’Arte a trasformare completamente non le storie in se, ma il significato che si cela dietro quei tragici destini. E nonostante il pensiero e la sensibilità di Hawthorne siano intimamente puritani, la funzione rigeneratrice che egli da alla colpa deve essere interpretata come un’aspra critica nei confronti del puritanesimo stesso, ed un’esaltazione dei principi di carità e di comprensione umana, della sua compassione. L’argomento vero della Lettera scarlatta è la colpa intesa come una confessione aperta, la responsabilità delle proprie conseguenze, e del coraggio nel saperle affrontare. Perché in realtà è di grande coraggio che si parla: quel coraggio che scavalca la malvagità umana, il diritto che una società si arroga di giudicare in modo inappellabile la passione umana. Quando una colpa viene chiusa nel proprio cuore, quando la viltà, che si nasconde dietro un falso bene o un idolo qualsiasi, impedisce all’essere umano di redimersi, quella colpa allora diventa un cancro, può roderti lentamente, annienta ogni sentimento, seppellisce la tua parte più feconda, e trasforma l’essere più nobile in qualcosa di corrotto e abbietto.

La donna bandita dalla società, esclusa da ogni tenerezza umana, si proclama suora della carità, ed in un attraversamento mistico e personale espande il suo bisogno d’amore in modo incondizionato, senza alcun ringraziamento, evitando i sorrisi, i gesti di gratitudine, elevando il suo corpo ed il suo pensiero, rompendo gli argini della morale, le barriere sociali saldate sul suo sesso e nella sua mente, ed acquista gradualmente una tale libertà interiore capace di divenire profezia per un futuro migliore.

In una società crudele nella sua razionalità, cieca ai tormenti dell’animo umano, aspra e spietata nel condannare, incapace nel discernimento, rude e senza un briciolo di gioia, Hester si assurge a barlume luminoso, nella cui sofferenza ambisce e trova forza autentica, e quel sacro coraggio che di tutti noi appartiene.

 

 

 

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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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